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La xilografia giapponese

Xilografia giapponese di Hiroshige

La xilografia è una tecnica di stampa in rilievo di origine cinese che viene introdotta in Giappone nell’VIII° secolo. Per circa ottocento anni viene utilizzata unicamente all’interno dei monasteri buddhisti per diffondere testi sacri, finché, nel XVII° secolo, con il fermento economico di epoca Tokugawa e la nascita della nuova classe sociale dei chonin, la media borghesia, la situazione cambia radicalmente: la xilografia giapponese diventa una vera e propria forma artistica.

Si tratta di una produzione in serie, che prevede il superamento del concetto di unicità dell’opera d’arte. Le stampe sono destinate all’acquisto da parte del ceto borghese, che difficilmente potrebbe permettersi dipinti veri e propri.

Se nell’immaginario comune i lavori vengono attribuiti al genio del solo artista, sono in realtà frutto del contribuito di un’équipe tecnica composta da più persone, coordinate da un editore.

Ritratto di bella donna giapponese, di Keisai Eisen
Bellezza femminile, opera di Keisai Eisen

Procedimento di fabbricazione delle xilografie

L’artista disegna una bozza a inchiostro su un sottile foglio di carta e lo consegna all’incisore; l’incisore prepara la prima matrice di stampa, o legno guida, incollando il disegno al rovescio su una tavoletta di legno di ciliegio montano e riproducendone le linee, lasciando in rilievo le parti da stampare. Le parti più semplici da incidere vengono di solito affidate agli apprendisti. Durante questa fase, purtroppo, viene distrutto il disegno iniziale.

Successivamente interviene lo stampatore, che produce una quindicina di copie in bianco e nero.

A questo punto, l’artista fornisce indicazioni sul colore, uno per ogni foglio, mentre l’incisore intaglia tante matrici quanti sono i colori indicati. Viene stampato per primo il legno guida con i contorni in nero, e, a seguire, i colori che richiedono una lavorazione più accurata o che interessano piccole porzioni del disegno.

La carta viene trattata con una sostanza detta dosa, dato che deve essere umida per trattenere il colore; asciugandosi, però, si altera leggermente nelle dimensioni, non consentendo la precisione di stampa. Il foglio viene premuto sopra la matrice inchiostrata con un tampone. Vengono prodotte all’incirca duecento copie al giorno.

Diffusione della xilografia giapponese

Naturalmente, a un aumento della popolarità delle stampe e delle vendite dei libri illustrati, in cui erano raccolte, segue una rapida evoluzione delle tecniche di produzione e distribuzione. Inizialmente, fino ai primi anni del XVIII° secolo, le stampe, chiamate sumizuri-e, erano in bianco e nero, prodotte attraverso l’utilizzo di una sola matrice in legno. Pian piano appaiono le prime stampe colorate a mano e, verso gli anni Cinquanta del secolo, le prime stampe policrome, che prevedono l’utilizzo di tre matrici diverse.

Solo nel 1765 nascono le nishiki-e, stampe policrome ottenute grazie a quindici matrici diverse. All’inizio del XIX° secolo la domanda di stampe aumenta ancora e questo comporta un inevitabile declino della qualità produttiva media. Vengono utilizzati colori più sgargianti, come il neo introdotto blu di Prussia.

L’opera di xilografia giapponese più nota nel mondo sciuramente la grande onda di Kanagawa di Katsushita Hokusai.

Fonti

GUIDI, Alessandro (a cura di), Dall’ukiyo-e alla shin-hanga: tre secoli di xilografia giapponese nella collezione Bernati, From ukiyo-e to shin-hanga: Three Centuries of Japanese Xilography in the Bernati Collections, Bologna, Bononia University Press, 2003, pp. 13-14.

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