Abe Kobo: scopriamo il famoso scrittore e drammaturgo giapponese

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Conosciuto in Italia soprattutto per i suoi romanzi, come La donna di sabbia (1964), Abe Kōbō (1924-1993) è stato uno scrittore e drammaturgo giapponese.

Abe nacque a Tōkyō, ma passò gran parte della sua infanzia e adolescenza a Mukden, una colonia giapponese della Manciuria, dove suo padre lavorava come medico. L’ambiente coloniale in cui crebbe è all’origine del senso di sradicamento che attraversa tutta la sua opera letteraria, venata di antipatriottismo, distacco e delusione nei confronti del Giappone, che fino alla fine della seconda guerra mondiale portò avanti una politica imperialistica ed espansionistica.

Seguì le orme del padre e si laureò in medicina, ma fin dall’infanzia coltivò la passione per la letteratura e la scrittura, leggendo avidamente autori occidentali come Edgar Allan Poe, Lewis Carroll, Franz Kafka e Samuel Beckett. Nel dopoguerra decise di dedicarsi completamente alla scrittura ed entrò a far parte del “Gruppo della sera”, avvicinandosi così alle idee surrealiste e al teatro dell’assurdo.

Le prime opere, come Dendrocacalia (1949) o Il bozzolo rosso (1950), con i loro mondi allucinati, metamorfosi ed eventi assurdi che sconvolgono la vita di uomini ordinari, hanno tratti surrealisti e kafkiani. L’assurdo diventa l’unico mezzo per affrontare una società completamente irrazionale, dove l’uomo che ha perso la propria identità (da qui le metamorfosi) non ha più le forze per cambiare lo status quo. Il mondo è una trappola, un labirinto di cui l’uomo diventa esso stesso oggetto, come ne L’uomo scatola, in cui il protagonista che vive indossando una scatola, non sa quale sia la sua vera identità. Tutte le sue opere sono popolate da una molteplicità di oggetti – scatole, vasi, muri, rifiuti, giornali – che l’autore scardina per dare loro nuova forma, perché come lui stesso afferma “i confini sono pieni di contraddizioni. Come una bussola rotta, prima puntano verso una direzione, poi verso l’altra”.

Scrittore engagé, membro del partito comunista fino al 1962, Abe credeva nell’uguaglianza sociale e nella libertà di pensiero: ne L’invenzione di R62 (1952), il robot R62, risultato di un umano trasformato in robot, alla fine si ribellerà al potere uccidendo i suoi creatori, simbolo del capitalismo e in particolar modo dell’imperialismo nipponico.

Anche la sua produzione teatrale, che iniziò nei primi anni ’50, ha come temi principali il rapporto fra individuo e società, la ricerca di una chiave per interpretare la realtà, ma in particolar modo il rifiuto di ogni forma di potere oppressiva. Nel 1973 fondò una compagnia teatrale, l’Abe Kōbō Studio, che ebbe vita fino al 1979, anno in cui decise di non scrivere più opere teatrali.

L’Abe Kōbō Studio rappresenta una delle espressioni artistiche più innovative e sperimentali del teatro giapponese. Insieme alla sua compagnia Abe mise in scena un teatro di sogni, luci e colori, dove il  corpo assunse un ruolo principale, in controtendenza rispetto al teatro giapponese contemporaneo, che dava maggiore importanza all’espressione psicologica ed emotiva. Gli attori erano ginnasti, la scena era popolata da oggetti invisibili, suoni, di cui è emblema un dramma del 1977: La mostra delle immagini, suoni + immagini + parole + corpi = poesia di immagini.

Il sogno rappresentava per Abe un mondo parallelo, una possibile realtà, con possibili “io”. Negli ultimi anni, la sua arte fu caratterizzata da un estremo sperimentalismo, dallo scardinamento dei principi spazio-temporali, dal  tentativo di accedere ad una realtà altra. Come le sue opere, dove tutto è possibile, Abe Kobo non amava essere intrappolato in nessuna definizione, perché nella letteratura proprio come nella vita non esiste una mappa esatta che possa guidarci.

Tutto si basa su ciò in cui le persone credono e solo mettendo in discussione queste convinzioni è possibile creare un altro mondo…

Il mondo che crede di vedere non è ancora cominciato. Tempo dell’illusione, quando le lancette sono verticali sul quadrante. Senza neanche che la campanella dell’alzare il sipario sia suonata, la pièce è già terminata.

L’uomo-scatola, Abe Kōbō

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