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Il Giuramento dei Cinque Articoli

Imperatore giapponese

Dopo la vittoria di Toba-Fushimi (27 gennaio 1868) contro le forze fedeli all’ex Shogun Tokugawa Yoshinobu, gli imperiali dilagarono nell’occidente del Paese che venne assoggettato in breve tempo. Tokugawa, abbandonati i suoi uomini sul campo di battaglia, si ritirò nel castello di Edo (la futura Tokyo) dove si preparò all’ultima disperata difesa. Lo scontro finale venne evitato in quanto Tokugawa accettò l’ultimatum lanciatogli da Saigo Takamori che si stava preparando a sferrare l’assalto finale al castello. L’ex Shogun si sottomise alla volontà imperiale e fu mandato in esilio nella prefettura di Shizuoka. La guerra civile di Boshin sarebbe andata avanti fino al maggio dell’anno successivo, fino alla presa di Hakodate, sull’isola di Hokkaido, ma era ormai innegabile che il nuovo governo oligarchico, almeno per quanto riguarda l’aspetto militare, aveva raggiunto la piena legittimazione già dopo la battaglia di Toba-Fushimi.

Il GIuramento dei Cinque Articoli

Gli stranieri in Giappone

Un secondo aspetto da affrontare era il rapporto con gli stranieri. La crisi, apertasi nel 1853 con l’arrivo, nella baia di Edo, delle navi del Commodoro Matthew C. Perry, vide contrapposti lo shogunato, favorevole all’apertura agli stranieri, e i filoimperiali che avevano abbracciato lo slogan Sonno-joi (“riverire l’imperatore, espellere i barbari”). Il conflitto, anche armato, portò la vittoria ai secondi che, nel frattempo, avevano abbandonato, con molto pragmatismo, metà dello slogan iniziale (“espellere i barbari”). Data la vittoria, molti speravano in una recrudescenza dei rapporti con gli stranieri, fino ad arrivare, addirittura, ad una nuova chiusura delle frontiere: niente di più sbagliato. Gli oligarchi Meiji sapevano che ormai era impossibile riportare indietro le lancette dell’orologio della Storia; uno dei primi atti dell’Imperatore fu, infatti, quello di rassicurare le potenze occidentali che il cambio del governo non avrebbe portato mutamenti nel rapporto con gli stranieri. L’8 marzo del 1868 un gruppo di samurai del dominio del Tosa assalì, nel porto di Sakai, vicino ad Osaka, la corvetta francese Dupleix e uccise undici marinai. Anche a seguito delle veementi proteste francesi, le autorità nipponiche catturarono i venti samurai responsabili che vennero condannati a morte tramite Seppuku. Chi si aspettava una condiscendenza del governo verso chi si macchiava di crimini contro cittadini stranieri, dovette immediatamente ricredersi. L’incidente non incrinò i rapporti con la Francia e, anzi, di lì a poco arrivò il riconoscimento ufficiale, da parte delle potenze occidentali, del nuovo governo.

Difficoltà per il nuovo regime e nuovo editto imperiale

I problemi, a questo punto, potevano venire solo dall’interno, dagli oligarchi o dai numerosi Daimyo che avevano sposato la causa imperiale. A gennaio, subito dopo il colpo di stato, all’interno del gruppo dominante venne a crearsi una spaccatura circa il trattamento da riservare all’ex Shogun Tokugawa: coinvolgerlo o no nella creazione del nuovo Giappone? Per ricomporre questo e altri dissidi, che rischiavano di bloccare sul nascere ogni tentativo di rinnovamento del Paese, c’era bisogno di un forte atto imperiale attorno al quale tutti fossero chiamati ad un gesto di responsabilità. L’Imperatore sarebbe stato il collante che avrebbe tenuto insieme le varie anime del gruppo di comando. Da qui l’idea di un editto imperiale, composto da cinque articoli, su cui procedere con un solenne giuramento. Nacque così, il 7 aprile 1868, il “Giuramento Imperiale” o “Giuramento dei Cinque Articoli” che conteneva le linee di sviluppo che il Giappone avrebbe dovuto seguire negli anni e nei decenni successivi nel tentativo di modernizzare il Paese. Data la giovane età dell’Imperatore Mutsuhito – che probabilmente venne a conoscenza del documento solo poco prima della sua promulgazione -, il testo venne preparato dagli stessi oligarchi. Su una prima versione, redatta da Yuri Kimimasa e Fukuoka Takachika, si accese una vivace discussione a cui contribuirono anche Okubo Toshiaki, Sakamoto Ryoma (Sakamoto era stato assassinato l’anno prima, ma i suoi studi e pensieri furono di ispirazione nella formulazione degli articoli del giuramento) e Inada Masatsugu; alla fine fu Kido Takayoshi (o Kido Koin) che trovò la giusta sintesi e preparò la versione finale.

Il giuramento

Con questo giuramento ci poniamo come obiettivo l’instaurazione del bene nazionale su ampia base e la composizione di una costituzione di leggi.

  1. Saranno istituite su ampia scala assemblee deliberative e tutte le decisioni verranno prese in seguito ad una discussione aperta.
  2. Tutte le classi, agiate ed umili, dovranno essere unite nell’occuparsi dell’amministrazione degli affari di stato.
  3. Alla gente comune, non meno che agli ufficiali civili e militari, dovrà essere permesso di compiere la loro professione in modo tale che non sia insoddisfatta.
  4. Il mal costume del passato dovrà essere eliminato e tutto dovrà basarsi sulle giuste leggi di Natura.
  5. Si cercherà la conoscenza nel mondo per rafforzare la base del potere imperiale
Interpretare il giuramento

Sul significato di questi cinque articoli si è dibattuto molto. Con la promessa che tutti avrebbero partecipato alla nascita del nuovo Giappone, si voleva rassicurare che anche i Daimyo che militavano dalla parte dei Tokugawa vi avrebbero partecipato. Gli articoli – come si può notare -, sono scritti in un linguaggio piuttosto vago che lascia la porta aperta a varie interpretazioni. È pertanto un documento che, addirittura, si potrebbe applicare anche in epoche diverse da quella in cui venne scritto; dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, ad esempio, l’Imperatore Showa (Hirohito) fece riferimento ai Cinque Articoli come la base da cui partire per un nuovo Giappone. Leggendo gli articoli, ci si accorge che contengono concetti – “assemblee deliberative”, “pubbliche discussioni”, “le classi saranno unite”, “cattivi costumi del passato” – inediti per il Giappone; Essi preannunciano, con tutte le eccezioni del caso – siamo sempre nel XIX secolo -, una democrazia parlamentare e l’abolizione delle classi. Fatto importante è l’enunciazione della parità di tutti i cittadini e l’istituzione di una forma di meritocrazia. L’ultimo articolo indica la strada da seguire per l’ammodernamento del Paese; una strada che sarebbe stata percorsa, con profitto, negli anni successivi.

Lo shintoismo come religione di Stato

È interessante il metodo scelto per rendere pubblico il documento che rappresenta il primo atto dell’Imperatore e, secondo alcuni storici, il momento iniziale del Rinnovamento Meiji. Con la restaurazione del potere imperiale era necessario riportare in auge la religione shintoista; per il shintoismo – lo ricordiamo – l’Imperatore è il diretto discendente della dea del Sole Amaterasu. Con il determinante impegno – anche qui – di Kido Takayoshi, venne deciso di presentare la Carta dei Cinque Articoli durante una suntuosa cerimonia shintoista, al termine della quale i Daimyo e i notabili di corte avrebbero sottoscritto il documento. L’Imperatore, coadiuvato da Sanjo Sanetomi, che lesse i Cinque Articoli, e Iwakura Tomomi, avrebbe presentato la Carta ai suoi sacri antenati chiedendo la loro benedizione. Dopo la cerimonia, Daimyo, nobili e altri dignitari firmarono il documento: le firme furono in totale 767. I firmatari giurarono fedeltà all’Imperatore e si impegnarono a seguire le indicazioni della Carta. Nello stesso giorno della promulgazione del Giuramento dei Cinque Articoli venne resa pubblica, a nome dell’Imperatore Meiji, una lettera indirizzata al popolo giapponese. Nella lunga missiva, oltre ad una esaltazione della sua discendenza divina, l’Imperatore si assumeva il compito di elevare il prestigio della nazione agli occhi degli stranieri.

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