Il teatro nō

il teatro noh Silvio
Nascita e crescita del teatro NŌ

Il teatro nō nasce durante il periodo Muromachi nel XIV secolo sotto lo shogunato degli Hashikaga che lo nobilita maggiormente portandolo  nelle alte sfere della società.

Il suo drammaturgo per eccellenza è Zeami, il quale viene considerato insieme al padre Kan’ami Kyotsugu il fondatore del teatro stesso.

Il teatro nō affonda le sue radici in una serie di riti sacri e di danze per ingraziare le divinità unito anche ad intrattenimenti popolari. Con il tempo diventa uno strumento di intrattenimento per le masse ma conserva il suo aspetto ieratico.

La componente buddhista pervade questa forma teatrale perché il nō racconta qualcosa che non é superato e che non consente al protagonista di uscire dall’ ottica del samsara. A questo proposito, il francese Paul Claudel nel confrontare il teatro occidentale con quello orientale dice:

 “Il teatro è qualcosa che succede, il nō è qualcuno che arriva.”

Paul Claudel

Nulla viene lasciato al caso, la perfezione ne è intrinseca e tutto viene calcolato per dare la massima bellezza.

Il palcoscenico del teatro no

Questa massima estetizzante la si ritrova anche nelle fattezze estetiche; il palco del nō viene costruito seguendo lo stile dello shinmei tsukuri (神明造り), una pagoda che accoglie le divinità e ne favorisce la loro discesa.

Mappa del palcoscenico del teatro noh

Il palco principale prende il nome di hon butai (本舞台) e si compone di quattro pilastri (bashira) che consentono all’attore di orientarsi. Essi prendono il nome di: shite bashira (D), fue bashira (pilastro del suonatore di flauto -A), waki bashira (dove risiede il waki -B) e il metsuke bashira, essenziale perché segna i confini entro i quali l’attore può muoversi senza rischiare di cadere. Nell’ato-za si trova l’orchestra.

Sala del teatro no in Giappone

Lo hashigakari è il cosiddetto “ponte sospeso”che consente ai personaggi di discendere simbolicamente dall’oltretomba. Il ponte collega il palco principale con il maku, dietro al quale si trovano i camerini (gakuya) e il kagami-no-ma, la stanza dello specchio. E’ in quest’ultima stanza che l’attore inizia la sua performace; è già vestito, ha indossato la parrucca ma è privo di un elemento essenziale: la maschera. Il rapporto che l’attore ha con la maschera deve essere solitario, intimo, e deve avvenire davanti allo specchio. Questo atto richiama origini sciamaniche e simboleggia che l’attore diventa da individuo un personaggio.

Sullo sfondo del teatro nō c’è sempre il pino che ha una duplice valenza: da un lato svela le sue origini religiose e dall’altro è segno di buon auspicio e di longevità.

 Vicino alle pareti del fue bashira si trova invece l’immagine di un bambù che è fondamentale per l’attore e la resa del suo personaggio in quanto ricorda una massima zen: quando si coglie l’essenza di un elemento bisogna dimenticare di esserlo!

GLI ATTORI CHE INTERAGISCONO NEL TEATRO NŌ

C’è innanzitutto lo shite “colui che fa, che agisce.” E’ per definizione il personaggio principale e si muove su tutta la scena, ponte e palcoscenico. Il suo vestito sontuoso attira lo sguardo e richiama l’attenzione del pubblico.

Vi è poi il waki, il personaggio principale che nella maggior parte dei casi è un monaco vestito di colori spenti. Spesso entra in scena per primo e, dopo aver descritto il viaggio che lo ha portato sui luoghi dell’azione, va a sedere nel waki-za da dove non si muoverà più se non per esorcizzare qualche demone. Lo shite e il waki vengono spesso accompagnati da accompagnatori o da compagni, tsure e tomo.

Il kokata è invece, l’attore bambino che ricopre un ruolo importante in quanto spesso rappresenta una figura dalla grande dignità come l’imperatore o un guerriero valente.

Il kyogen interviene all’interno stesso dei noh per eseguire un interludio (ai-kyogen) che dà allo shite il tempo di cambiare il costume. Egli s’intrattiene con il waki sull’argomento del dramma, del quale dà a volte una versione parodistica che contrasta con l’enfasi della versione nobile.

MUSICA E DANZA NEL TEATRO NŌ

Quando comincia la rappresentazione di un nō, in scena entra per prima l’orchestra (hayashi); essa è anche l’ultima a uscire alla fine del dramma, secondo l’ordine inverso di entrata.

Percussioni giapponesi nel teatro no

I musicisti entrano dal ponte sollevando leggermente il sipario e indossano il costume cittadino dell’epoca Tokugawa (1600-1868): vestito di seta di colore scuro e kami-shimo. Il kami-shimo è composto di un hakama, specie di pantalone-gonna molto ampio e di un kataginu, sopravveste pieghettata, senza maniche, dalle larghe spalle che salgono.

Il suonatore di flauto entra per primo in scena e si siede ai piedi del fue bashira. Poi vengono i due tamburi (tsutsumi): ō-tsutsumi (il grande tamburo) e il ko-tsustumi (il piccolo tamburo).

La funzione dell’orchestra è essenziale.

Non si tratta di una vera musica di accompagnamento: sarebbero piuttosto rumori ritmati, destinati a creare un’atmosfera propizia all’evocazione dei personaggi. Inoltre, essa interviene in tre casi: per preparare l’entrata dell’attore al principio dello spettacolo e il suo ritorno all’inizio della seconda parte; per per sostenere il canto dell’attore o del coro nei passi lirici; infine per ritmare la danza.

Taiko, i tamburi giapponesi

Anche il coro (ji-utai) entra in concomitanza con l’orchestra ma non partecipa all’azione. Può essere composto da quattro, otto o dodici cantanti e, cantando all’unisono si alternano con lo shite quando questi deve mimare un lungo racconto; a volte commentano le azioni di un personaggio oppure descrivono un paesaggio.

Il ritmo dell’interpretazione rallenta progressivamente nella prima metà dello spettacolo per poi accelerare nella seconda parte scandendo  il principio dello “jo-ha-kyū”, letteralmente “preludio, sviluppo, finale”.

Diverse sono le danze che incalzano o meno i ritmi del nō :

  • chū no mai che si caratterizza per il ritmo moderato;
  • jō no mai dal ritmo lento;
  • otoko no mai dove il tempo si fa più veloce e i movimenti sono vigorosi;
  • kami no mai dove il tempo è veloce ma i movimenti sono misurati.
COSTUMI

Per quanto riguarda i costumi, questi sono fatti di seta e di broccato. Essi sono sempre gli stessi e non viene fatta differenza per quanto riguarda l’argomento trattato o l’epoca di appartenenza dell’eroe del dramma. Indica unicamente il tipo, l’età e la condizione sociale del personaggio rappresentato: giovane donna, vecchio guerriero, monaco etc…

I personaggi femminili, come quelli maschili, portano un hakama chiamato oguchi,  che è una sorta di pantalone rigido e ampiamente svasato verso il basso.

Gli attori, come i musicisti e i cantanti, calzano dei tobi bianchi, una specie di pantofole di seta robusta, dall’alluce separato, che attutiscono il rumore dei passi e facilitano le evoluzioni sul pavimento levigato e lucente.

Solo lo shite porta una parrucca che, come il costume, determina il tipo di personaggio e (eccezionalmente anche il waki quando interpreta un personaggio femminile) una maschera di legno scolpito e dipinto, fissata con due cordoncini annodati dietro la nuca.

le maschere

Le maschere prendono il nome di nō kamen e, come il costume, mirano a caratterizzare un tipo piuttosto che un individuo. L’uso della maschera ha fortemente influenzato le tecniche del nō obbligando a una recitazione molto stilizzata poiché i giochi di fisionomia realistici ne vengono esclusi. Tuttavia, grazie ai riflessi della luce sulla maschera, l’attore può rendere quest’ultima molto espressiva.

teatro no maschere
Un demone giapponese, maschera tipica del teatro no

Le maschere sono divise a seconda del personaggio che si interpreta: uomo, donna, divinità o demone.

Partendo dalla donna, le maschere sono strutturate per ricreare un’età più o meno avanzata. Per questo abbiamo:

  • ko-omote, la maschera che rappresenta la bellezza femminile per eccellenza;
  • fukai, che rappresenta una donna di circa quaranta anni, la cui esperienza è visibile sul volto.

Anche i capelli giocano un ruolo fondamentale nella caratterizzazione del personaggio. Infatti, più l’età avanza e più questi si fanno radi, fino a rappresentare la rōjo, la donna anziana.

Per quando riguarda gli uomini, troviamo :

  • dōji, il giovane;
  • chūjō che rappresenta il nobile aristocratico;
  • heida è la maschera del guerriero e viene usata per mettere in scena una sconfitta;
  • yase otoko è l’anziano, ha il contorno degli occhi un po’ dorato e ci fa comprendere che il personaggio nasconde qualcosa di demoniaco;-
  • semimaru è la maschera che personifica il cieco di origini aristocratiche (viene usata in pochi casi, tra cui nel dramma che prende lo stesso nome);

Le maschere che rappresentano le entità demoniache (onryō-omote) sono:

  • deigan che ha gli occhi dorati e i capelli scompigliati (sinonimo di follia);
  • hashihime che inizia a perdere le sembianze umane e ha la bocca più spalancata;
  • hannya si caratterizza anche dalla presenza delle corna che iniziano a spuntare;
  • ja è la maschera del demone per eccellenza, ha gli occhi completamente dorati, la bocca spalancata e i denti aguzzi.

Fonti: Il segreto del teatro nō di Zeami Motokiyo

Un’altra forma di teatro giapponese: il teatro dei burattini. Il teatro giapponese dei burattini è conosciuto con il termine ningyō jōruri e ha le sue origini nel XVII secolo, grazie ad un’accurata revisione e ad una squisita unione di arti classiche già affermate e consolidate del Giappone antico.

Nel teatro spesso sono presenti le rappresentazioni di kami, le divinità giapponesi, che hanno varie forme e caratteri.

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